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TIMPONE NERO
Dall’ampio, panoramico terrazzo del CAM, si gode una splendida vista sul territorio della contrada denominata Manicalunga, località Timpone Nero. Lo sguardo si perde nell’altopiano intensamente coltivato ad uliveti e vigneti che ad Oriente lasciano intravedere la collina che i selinuntini hanno utilizzato per costruire i grandi templi dedicati ai loro dei, con le colonne del tempio E ed il così detto “fuso della vecchia” del grande tempio G.
A Sud la vista del mare è impedita dalla lunga duna che “protegge” le coltivazioni dai venti di scirocco, collegata alle due collinette rocciose definite dalla tradizione popolare come Timpone Nero.
Il vocabolo timpone, era riferito dall’uso contadino, derivante da un tumulo la cui destinazione a cimitero era ben nota agli agricoltori di quelle terre sin dall’antichità. L’appellativo di “nero” dato al timpone ci piace essere derivato dal fatto che quel luogo era votato al dolore, alle tenebre dell’Ade, e quindi al nero del lutto. A tale riguardo è interessante la descrizione che ne fa il Cavallari nel “Bullettino” della Commissione di Antichità e Belle Arti in Sicilia, pubblicato nel settembre 1874: “…colà dove comincia la città dei morti, all’Occaso dell’Acropoli, dove tramonta il giorno e la vita, ove le piante non vegetano, e fuggono gli uccelli ed ogni essere vivente. Questo è l’aspetto fisico di tutta la contrada di Manicalunga, che è un deserto di sabbie circondato dai lussureggianti campi Selinuntini.
Le colonie Megaresi non potevano scegliere un sito più adatto e più lugubre per seppellire i loro morti: nel giorno la luce in quel luogo è monotona, senza ombre, e priva di contrasto dei colori, e nella notte la oscurità pesa piena, uniforme, uguale per tutto. Attualmente Manicalunga la sera è il rifugio dei lupi e delle volpi, e raramente nel giorno qualche avvoltoio viene là a divorare la sua preda senza molestia di anima viva, ma non si ferma e fugge altrove.”
Oggi questi luoghi non incutono più né il senso di disagio, né di rispetto, nel camminare sopra le tombe; strade asfaltate ed abitazioni hanno alterato il territorio e il degrado ha occupato le necropoli sottoposte ad ogni genere di vandalismi che hanno ridotto l’ambiente ad una discarica a cielo aperto. Con l’acquisizione di una porzione importante della collina rocciosa del Timpone Nero, Kepha desidera recuperare la bellezza del territorio e ripristinare la flora autoctona, composta da piante tipiche della vegetazione mediterranea.
Per questo la prima operazione è stata la pulizia dei terreni dai rifiuti di ogni genere accumulati nel tempo, e lo svuotamento della cava abusiva dalla grande quantità di detriti ed immondizie che l’avevano parzialmente riempita. Abbiamo provveduto anche al taglio delle erbe secche per evitare il propagamento degli incendi in epoca estiva. L’obbiettivo finale è quello di effettuare campagne di scavo archeologico nei nostri terreni in modo da mettere in luce le sepolture e farne “un museo aperto sulla necropoli”, slogan che abbiamo utilizzato nel 2008 durante l’inaugurazione del CAM.
Il 29 luglio 2011, il Direttore del CAM ha alzato per la prima volta la bandiera della Fondazione sul pennone sopra la collina del Timpone Nero.
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